Il campo di aviazione di Arquà Petrarca

Velicoli Caproni al campo di Arquà (tratta dal volume "Ali. Dall'Adige al Brenta " di Luigino Caliaro)

L’impresa di D’annunzio con il suo volo su Vienna ha tramandato ai posteri la presenza del campo di aviazione di San Pelagio, a Due Carrare, ma ha anche contribuito a oscurare la memoria di altri campi di aviazione presenti nel territorio padovano, per lo più creati durante la fase di emergenza seguita alla ritirata di Caporetto tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918, e poi tutti smantellati al termine della guerra nel 1919.

Tra questi riveste un posto di interesse il campo di aviazione di Arquà Petrarca, creato – come ricorda Luigi Puppi nel suo volume “Padova nella storia del volo” (Signum, 1984) – ai primi del 1918 in località Fonteghe. Occupava una superficie di circa 20 ettari e, come d’uso in quel periodo di far dimorare gli ufficiali in una dimora più comoda e i militari in alloggi anche di fortuna, i primi trovarono ospitalità a villa Bignago e i secondi in baraccamenti appositamente costruiti. Il XIV Gruppo biplani Caproni era alle dipendenze del maggiore Russi.

Dal 21 luglio 1918 vi presero stanza la 2a, la 7a e la 10a squadriglia velivoli da bombardamento Caproni Ca. 3, trasferite dal campo di Padova.  “Da un estratto dei dati storici forniti dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica circa la situazione settimanale della forza – scrive – si evince che nell’agosto del 1918 sul campo di Arquà erano presenti 354 militari di truppa e 53 ufficiali”.

Del campo di volo di Arquà parla anche Luigino Caliaro nel suo volume “Ali. Dall’Adige al Brenta” (Aviani&Aviani editore, 2014), secondo il quale la posizione scomoda tra tre alture obbligava a usare una sola direzione di atterraggio e decollo. Particolarità delle unità presenti ad Arquà era che tutte e tre avevano in servizio piloti americani. Furono chiamati a colpire importanti «obiettivi strategici austriaci – scrive Caliaro – come campi d’aviazione, centri di comunicazione, baraccamenti e truppe del fronte ad est del Piave, concorrendo anche efficacemente a tagliare la ritirata delle truppe austro-ungariche in rotta, colpendo duramente anche i ponti del Tagliamento e del Livenza».

Gianni Callegaro, nel suo volume “Prima che il tempo cancelli la memoria” (Il Prato, 2010) ricorda i nomi di due soldati deceduti presso il campo: si tratta di Narciso Taddeo, nato a Casina (Pisa) nel 1979 e morto a causa della febbre influenzale violenta detta “spagnola” il 19 ottobre 1918, e del soldato Leone Sabatini nato a Graffignano (Viterbo) il 25 luglio 1885, colpito mortalmente dalle schegge di una bomba di aeroplano scoppiata mentre cercava di spegnere un incendio il 27 ottobre 1918 (per il suo coraggio nell’episodio inquisitore fu poi decorato di medaglia d’argento al V.M.). Entrambi i caduti furono inizialmente sepolti nel cimitero di Arquà; le loro salme oggi riposano nel Tempio della Pace di Padova.

Smobilitato nella primavera del 1919, il campo appare oggi poco riconoscibile essendo tornato alla originaria funzione di terreno coltivabile.

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