Don Leonildo Berto di Veggiano accusato di segnalazioni al nemico

Panorama dell'Altopiano di Asiago (fonte: wikipedia)

Sera del 2 luglio 1915, canonica di Canove. Don Leonildo Berto, 27 anni, parroco facente funzioni era già a letto quando fecero irruzione 12 individui che rovesciano il letto, l’ufficio, la libreria cercando qualcosa che non trovano. Poi vanno davanti al prete, che nel frattempo si è vestito alla meglio, e un tenente d’artiglieria lo accusa: «Lei ha fatto segnalazioni luminose al nemico, l’abbiamo visto noi poco fa. «Ma che segnalazioni – reagisce il prete – dormivo saporitamente, e poi le imposte sono chiuse e ho solo la luce elettrica».
«Noi abbiamo visto delle luci a una finestra – replica l’ufficiale – e solo lei può averle emesse».
«Le avranno viste trasparire dalla finestra continua della canonica, dove sono alloggiati alcuni soldati».
Allora aprono la finestra e riscontrano che effettivamente da quella traspaiono delle luci. Ma non si preoccupano di verificare.
«Ci segua ad Asiago senza fare storie».

Comincia così, secondo il racconto trascritto nel suo diario da don Andrea Grandotto, compagno di sventura, il lungo pellegrinaggio di un giovane prete padovano, originario di Santa Maria di Veggiano, ordinato sacerdote nel 1912 al termine di un brillante corso di studi nel seminario di Thiene. Dopo appena un anno trascorso come prefetto nel collegio vescovile di Thiene, era stato nominato cappellano di Canove con le facoltà di parroco. Qui si era subito dato da fare per fondare opere sociali come una cooperativa di consumo e un asilo infantile. Durante le elezioni politiche e amministrative aveva appoggiato i candidati cattolici che cominciavano allora a salire alla ribalta dopo i lunghi anni del “non expedit”.Questo gli aveva probabilmente creato qualche nemico. Inoltre, l’11 giugno aveva sottoscritto assieme ad altri parroco un memoriale di protesta, inviato al generale Oro, comandante del presidio di Asiago, contro l’atteggiamento repressivo e vessatorio di alcuni militari che aveva esacerbato gli animi dei valligiani

Così, quando scoppiò la guerra e l’esercito italiano incontrò le prime difficoltà, particolarmente pesanti sull’altopiano dei Sette Comuni, e la gente di Asiago fu sospettata in toto di essere “austriacante” e di passare informazioni al nemico, non parve vero di poter arrestare don Berto insieme a don Andrea Grandotto, nativo di Foza, parroco di Cesuna, e don Pietro Vezzaro, thienese, veentiquattrenne, appena nominato parroco di Camporovere al posto del fratello don Antonio richiamato alle armi come sergente di sanità. Per tutti l’accusa era di aver fatto segnalazioni luminose al nemico. Accusa che coinvolse anche cinque borghesi dell’Altopiano, tra cui perfino una donna, l’anziana cantiniera di Tresché Conca, analfabeta e piena di acciacchi.
L’11 luglio gli imputati vennero trasferiti in catene a Verona, subendo gli insulti dei soldati e della gente che urlava «Alla forca!».
Il dibattimento iniziò il 4 agosto e proseguì fino al 9 concludendosi con l’assoluzione, per i tre preti, per «non provata reità», come aveva chiesto lo stesso pubblico ministero data l’inconsistenza delle prove presentate. Una sentenza che, scrive Pierantonio Gios, «brucia un granellino d’incenso alla campagna di calunnie promosse contro il clero e contro la popolazione dell’Altopiano e all’atmosfera di intimidazione diffusa ormai in tutto il paese».

Ma l’assoluzione non fu seguita dalla scarcerazione: il 20 agosto si decise di internare i preti a Lucera, in Puglia. Dove la prima cosa che viene chiesto loro è: «Sa parlare italiano?».
Il 28 febbraio 1916 don Berto scrive all’on. Roi, deputato eletto sull’Altopiano, perché si interessi per il ritorno, ma la risposta non è promettente. Finalmente il 7 aprile riceve un telegramma che lo avverte della facoltà di tornare a Santa Maria di Veggiano, suo paese natio, per essere poi destinato ad Anguillara. Non tornerà più ad avere incarichi pastorali sull’Altopiano. Don Andrea Grandotto, dopo un soggiorno ad Agna, tornerà a Cesuna solo dopo la guerra, restandovi parroco fino al 1938.

Le traversie di don Berto e dei suoi confratelli non sono isolate. Nello stesso numero della Difesa del 15 agosto 1915 in cui viene annunciata l’assoluzione dei tre preti, si evidenzia l’assoluzione in istruttoria di don Antonio Ceccon e don Sebastiano Fabbian, parroco e cappellano di Bastia, accusati di «propaganda anti italiana e austrofilia». Il 24 giugno fu posta perfino una bomba nel fienile della canonica.
Nel primo anno di guerra molti preti furono vittime dell’allarmismo e della repressione militare. Nel maggio del 1918 c’erano ancora 15 preti della diocesi di Padova internati. Tornarono tutti nei mesi successivi. Ma intanto era scoppiato il “caso” di mons. Antonio Dalla Valle, arciprete di Este accusato di difattismo, che ebbe ampia risonanza prima dell’ennesima assoluzione a luglio.

Lorenzo Brunazzo

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