Ospedali e strutture sanitarie a Padova durante la Grande Guerra

Infermiere dell'Ospedale civile di Padova in un rifugio antiaereo

Poco risaputo è il non indifferente sforzo organizzativo richiesto alla nostra città di Padova a partire dalle prime settimane di maggio 1915, per l’allestimento delle strutture ospedaliere pronte ad accogliere i numerosi feriti che era lecito ragionevolmente immaginare provenissero dalle linee di combattimento.
Attorno a 1.500 posti letto furono predisposti fra l’ospedale militare principale di via S.Giovanni da Verdara e la caserma di S.Giustina che a fine agosto, liberata da gran parte della truppa (era allora la caserma ove era ospitato il 58° reggimento fanteria), poteva vantare tutti i servizi, dalle sale operatorie alla farmacia, dai gabinetti di radiologia al reparto contumaciale. L’ospedale civile cittadino, dal canto suo, mise a disposizione 600 posti; la direzione della sanità reperì quindi altri 120 all’ospedale Fatebenefratelli, posto in via S.Giovanni da Verdura nei pressi dell’ospedale militare, così come non lontano da quest’ultimo edificio si trovavano i 300 posti letto organizzati alla scuola Arria. Sempre nella medesima zona un’altra struttura venne predisposta presso il patronato del Carmine (90 posti).
Ma l’intero tessuto urbano era stato interessato dall’approntamento di strutture ospedaliere adeguate, che furono ricavate un po’ dappertutto: per citarne qualcuna, 250 posti letto vennero sistemati all’istituto (per “ragazzi discoli”) Camerini Rossi, oltre 600 alla scuola professionale Pietro Selvatico(in un secondo momento occupati però dal battaglione dell’università castrense), 450 alla casa di ricovero, 200 nel collegio di S.Croce, 480 negli orfanotrofi ubicati allora in corso Vittorio Emanuele e in via delle Grazie, pressoché 700 fra le scuole elementari Roberto Ardigò e Reggia Carraresi. Infine, il comitato padovano della Croce Rossa allestì 600 posti letto nei saloni del seminario vescovile e 150 al pensionato universitario Petrarca.

Malati nella caserma Vittorio Emanuele III (ora Salomone), ovvero il chiostro di S. Giustina
Malati nella caserma Vittorio Emanuele III (ora Salomone), ovvero il chiostro di S. Giustina

Se a Padova città era stata attrezzata tutta questa complessa organizzazione, non da meno accadeva nell’ambito del territorio provinciale: non solo nei centri maggiori del mandamento quali potevano essere Abano (1.450 posti letto utilizzando parte degli stabilimenti termali presenti nella cittadina termale), Cittadella (200), Monselice (300), Este (650), Montagnana (500), ma anche negli abitati di più modeste dimensioni come ad Arsego ove, a villa Pugnalin Valsecchi, era sorto un convalescenziario posto sotto l’egida della Croce Rossa. E poi anche gli ospedali civili di Piove di Sacco e di Conselve avevano destinato complessivamente 550 posti per le necessità del momento.
In totale fra città e campagna erano disponibili quasi 12.000 posti letto, cifra considerevolissima che, al di là della fredda elencazione dei numeri, non poteva assolutamente prescindere dall’azione umanitaria e pietosa svolta da personale medico, infermieristico e volontario tra cui operava una nutrita schiera di crocerossine.

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