La tragedia del bastione della Gatta

Se Venezia fu la prima città italiana colpita da bombardamento aereo, già all’indomani dell’entrata in guerra, seguita poco dopo da Verona, fu però Padova la città dove si verificò la più pesante strage di vite umane civili a causa di una bomba aerea. La grande tragedia si abbattè sulla città l’11 novembre 1916. Le 159 bombe che fino allora erano cadute sulla città avevano causato «solamente» due vittime, ma i 12 ordigni sganciati in quella tragica notte causarono 93 morti. L’incursione iniziò alle 19.37 dell’11 novembre e si concluse un’ora dopo. Una bomba, destinata forse a colpire la vicina stazione ferroviaria, finì  su di un deposito di birra in via Citolo da Perugia.Il caseggiato era posto all’ingresso della galleria che conduceva al bastione detto della Gatta, noto anche come “La Rotonda” per un locale all’aperto che a inizio Novecento era molti in voga, proprio sopra il bastione. Era usato come rifugio e quei giorni era allagato a causa della piena dei fiumi. Le persone rifugiate si trovavano così raccolte proprio all’ingresso, vicino al punto di caduta della bomba: molti furono colpiti direttamente, altri vennero sospinti verso il lago d’acqua dallo spostamento d’aria e vi annegarono. Alla fine si contarono 93 vittime e 96 feriti.
In un’epoca in cui le incursioni aeree sulle città erano atti di guerra ancora molto discussi e da alcuni considerati poco legittimi proprio per l’assurdo rischio a cui sottoponevano i civili indifesi, la tragedia di Padova destò molta impressione e fu condannata con forza anche a livello internazionale. Non fu quindi un caso se per circa un anno, dalla strage fino agli eventi del dopo Caporetto, l’aviazione austroungarica risparmiò la città di Padova.

Nel 1925 il Comune di Padova inaugurò il nuovo serbatoio dell’acquedotto, costruito a forma di torrione sopra il bastione della Gatta. In occasione di questi lavori, la municipalità cittadina ricavò una cappellina, o sacello, dedicato alla memoria delle vittime del bombardamento aereo avvenuto nove anni prima. Una lapide commemorativa fu dettata dal curatore dei musei civici, Andrea Moschetti, mentre sul torrione dell’acquedotto campeggia ancora una scritta in latino, «Sanguinem olim atrociter effusum aqua pie defluens lavet moles in caelum proferat perpetuo».

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