La storia dei fratelli Pinari da Pozzoveggiani su “Quatro ciàcoe”

La chiesa di Pozzoveggiani

Ci capita di imbatterci, ogni tanto, in qualche storia o ricordo della Grande Guerra che ci fa piacere rilanciare anche sul nostro sito. Così, sfogliando il numero di marzo 2016 del mensile in dialetto “de cultura e tradission venete” Quatro ciàcoe, abbiamo trovato questo ricordo scritto da Fernando Boaretto, che ci permettiamo di riprendere, però in… italiano.

La storia riguarda i quattro sfortunati  figli di Alenso e Dorina Pinari di Pozzoveggiani, località di Padova nei pressi di Salboro nota per la suggestiva chiesetta altomedievale e i suoi meravigliosi affreschi, forse di epoca longobarda. Una località legata anche al nome di Santa Giustina, la martire padovana il cui padre, il ricco Vitaliano, forse possedeva proprio questi territori che avrebbero preso nome dal “pozzo di Vitaliano”.

Alvise Pinari, il più grande dei fratelli che aveva fatto il militare a Trieste, Leone e i gemelli Anselmo e Giorgio, nati nell’ultima decade dell’Ottocento e contadini, furono tutti e quattro chiamati alle armi. Alvise, sposatosi con Teresa, partì mentre la moglie era incinta del primogenito: dopo un anno fu dato per disperso. Leone morì invece nell’altopiano di Asiago nel 1917.

“Nelle trincee del Pasubio, gli altri due fratelli Anselmo e Giorgio – riporto tradotto dall’articolo di Boaretto – una mattina erano in una bica a poca distanza dal fronte nemico e gridando ai soldati avversari, ricevevano quantità di insulti”. Giorgio era contento che gli era arrivata una lettera dalla “morosa” e,soprappensiero, si era alzato e subito un cecchino lo aveva colpito in pieno. Morì tra le braccia del fratello chiedendogli di cantare per lui la canzone “Dio del ciel, se fossi una rondinella”. Disperato, Anselmo imbracciò il fucile e lo puntò contro il nemico, rimanendo a sua volta colpito. I due gemelli morirono così, entrambi, abbracciati.

Ringraziando ancora Quatro ciàcoe di avere riportato questa triste ma stupenda storia, non possiamo che invitarvi a cercare il numero della rivista per leggere l’intero racconto nella sua lingua originale: sarà di certo molto più coinvolgente.

Emanuele Cenghiaro

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